Non si può non restare inebriati, anzi travolti dal colore nel visitare la mostra che la Triennale di Milano dedica a Keith Haring. E non è l'uso di tinte fluorescenti, che pure ci sono, a colpire l'interlocutore accorto o meno, ma quell'abilità nel far colloquiare nell'immediato il visitatore con il colore (rigorosamente a tinte piatte). Grande comunicatore è stato Haring, grazie alla lezione appresa da Matisse, ma anche a quella immediatezza del segno e riconoscibilità che gran parte hanno nella storia della Pop Art.
Strano destino quello di Keith Haring, criticato perché pop graffitista, celebrato poi per aver condensato e attinto a piene mani alla lezione dei grandi: l'«adorato» Matisse e Wharol prima di tutti, ma anche la nera linea di Leger, il getto di Pollock, la libertà formale di Picasso e il rigore di Stella, i profili e gli archetipi di Dubuffett:: tutto questo e molto di più scorre nelle vene di questa rassegna più che convincente, a tratti avvolgente. Inevitabilmente troppo per un artista definito da alcuni critici, con una certa supponenza, «di strada», cosa che Haring non fu mai, visto il suo rapporto strettissimo con la grande storia dell'arte. Come spiegare altrimenti la lezione offerta da questo artista che sa spaziare con leggerezza e decisione tra la gioia di vivere e la morte, che parla a tutti con un messaggio universalmente comprensibile e immediato, ma che richiede anche la giusta dose di attenzione per guardare all'oltre?
La sua produzione artistica si svolge nell’arco di una sola decade, dal 1980 al 1990. In questo intenso e breve periodo l'autore ha prodotto dai wall drawing metropolitani alle grandi tele e manifesti conservati nei musei di tutto il mondo, da disegni e sculture fino ai più impensabili gadget e alle t-shirt. Il tutto caratterizzato da un segno personalissimo che ha proiettato Haring tra i maggiori artisti della sua epoca, fino a trasformarlo in uno dei più popolari dei nostri tempi.
Haring ha detto: «Non importa quanto a lungo lavori, prima o poi finirà. E ci saranno sempre cose che verranno lasciate incompiute. E non ha nessuna importanza se vivrai fino a settantacinque anni. Ci saranno sempre idee nuove. Ci saranno sempre cose che avresti desiderato ottenere. Potresti lavorare per sette vite... Parte del motivo per cui non ho problemi nell'affrontare la realtà della morte è che, in un certo senso, non è una limitazione. Sarebbe potuta accadere in qualsiasi momento, e prima o poi accadrà. Se vivi seguendo questo pensiero, la morte è irrilevante».
Il suo è sempre stato un linguaggio sintetico e universale, necessariamente «popolare» per raggiungere il maggior numero possibile di persone. Il suo universo è popolato di mostri, serpenti di figure mitologiche (l'Anubi egizio e la Gorgone greca, oltre ai totem delle culture tribali africane, asiatiche e precolombiane ). La sua iconografia spazia dal mostruoso San Sebastiano trafitto da aeroplanini alle croci disseminate un po' ovunque. Meno note le sculture, fra cui spicca il fluorescente omaggio pop a Michelangelo, con il David smaltato in rosso e verde. Dissacratorio e gentile al contempo, sa essere poetico nella ripresa della pittura su terracotta, con gli incantevoli vasi dipinti a pennarello. Intimistico nei continui richiami anche più oscuri e misteriosi della sua vita, primo fra tutti l'aver contratto l'Aids, (che lo ucciderà a soli 32 anni nel 1990), arriva direttamente al cuore del pubblico esprimendosi senza condizionamenti o inibizioni (i disegni sulle «le statue viventi» dei modelli neri afro-americani), rappresentando stati di energia pura, che lo porteranno a dipingere senza tregua intere pareti della metropolitana, muri, cartelloni pubblicitari, scarpe o qualsiasi cosa gli capitasse intorno, foss'anche il «il corpo nudo di Grace Jones». Haring è stato sempre fedele all'idea che «l'arte deve poter essere per tutti e dappertutto». Quasi 600 fotografie ritraggono l'autore in vari momenti della sua vita, in compagnia di Andy Wharol, Simon Le Bon, Carolina di Monaco, Rupert Everett, Jean-Michel Basquiat.
Nel segno del principio caro ad Haring dell'all over, il film di Christina Clausen, che accompagna l'esposizione, proietta i visitatori in un viaggio virtuale nelle città del mondo in cui Haring ha realizzato grandi opere pubbliche.
L'esposizione, curata da Gianni Mercurio e Julia Gruen, contiene oltre centocinquanta opere dell'artista americano, molte delle quali mai apparse in pubblico, e rappresenta una delle più grandi esposizioni retrospettive al mondo sinora dedicate all'incessante e frenetica produzione di Haring. Con questa mostra la Triennale ripercorre il solco inaugurato con successo dalla rassegna dello scorso anno dedicata a Andy Wharol.
Il catalogo, edito da Skira in lingua italiana e inglese, contiene testi di David Galloway, Julia Gruen,Timothy Greenfield-Sanders, Kim Hastreiter, Fernanda Pivano, Arturo Schwartz, Tony Shafrazi, oltre a numerose interviste di amici studiosi dell'autore.
The Keith Haring Show
Milano Palazzo della Triennale
Orario: 10.30–20.30, chiuso il lunedì
biglietti: 8 euro intero e 5,5 euro ridotto
Fino al 29 gennaio